AZIENDA

Arte contemporanea

Sa Mandra, ovvero l'arte di intrecciare il tempo

A Sa Mandra l’arte non è un elemento accessorio, ma un linguaggio che dialoga con la tradizione e con il territorio. All’interno dell’azienda è presente uno spazio dedicato agli artisti contemporanei, un luogo intimo e raccolto dove forme, colori e materiali interpretano la Sardegna con sguardi nuovi.

Questo ambiente nasce dal desiderio di valorizzare una creatività che affonda le sue radici nella cultura dell’isola ma che allo stesso tempo guarda oltre, accogliendo influenze, percorsi personali e visioni che raccontano una Sardegna in movimento. Le opere esposte, che spaziano dalla pittura alla scultura fino alle installazioni materiche, offrono una lettura originale dell’identità sarda: un’identità antica, solida, ma capace di ispirare interpretazioni e sperimentazioni contemporanee.

L’arte a Sa Mandra diventa così un ponte tra passato e futuro. Le sale dedicate agli artisti sono un invito a osservare il territorio con occhi diversi, a coglierne le suggestioni più profonde e a scoprire come la creatività possa rinnovare e arricchire la narrazione culturale dell’isola.

Chi visita Sa Mandra trova qui un’esperienza inaspettata: un luogo dove l’anima agricola e quella artistica convivono in armonia, dove la bellezza dei gesti antichi incontra la sensibilità degli autori di oggi. È un percorso che completa la visione dell’azienda e ne riflette l’impegno nel custodire, interpretare e condividere la cultura sarda in tutte le sue espressioni.

Telos - The Soft Wall

Cenzo Cocca - Giugno 2021

The Wall

Le mura delimitano, chiudono, disegnano confini. Si dilatano, innalzano barriere. Restringono spazi. Spesso riparano, proteggono. Intrise di terra, di fango, di acqua, respirano e traspirano. Assorbono, conservano intimità. Sono testimoni di quotidianità, con il loro crescere e il loro deperire. Sono pregne di umori, si innervano di corporeità.

Sono testimoni di tracce, di segni, di dinamiche, di scambi tra  entità che si alimentano in spazi mai vuoti. Raccontano di una  mutevole e densa vitalità. Suggeriscono una inafferrabile pluralità di cose, un incessante fluire di pensieri, di emozioni, di incontri, di scontri, di corpi che si sfiorano, che si evitano, che si toccano,  si fondono.

Fagocitano i sensi che si disperdono e riaffiorano in un’invisibile interiorità. Le mura sono morbide, rimbalzano la vita che in un eterno rincorrersi, passa, se ne va.

Telos

Telos nasce da una urgenza, da una necessità. Quella propria dei teli, di uscire, di mostrarsi. Di abbandonare  cassetti e odorose cassapanche. Per troppo tempo, ben piegati e riposti hanno condiviso il buio. Bramano la luce. Rifioriscono. 

Rammentano che prima di essere telos, erano campi di cotone, di canapa, di lino. Sono lenzuola, salviette, panni, canovacci, strofinacci. Hanno frange, pizzi e trine. Hanno strappi, buchi, tapulos. Incuranti ostentano il loro tempo. Difendono intimità. Preservano inconfessati desideri. Custodiscono sogni. Imprigionano pensieri. Proteggono fragranti bontà. Irsuti e ruvidi travisano origini lontane. Tra l’ordito e la fitta trama,   intrecciano memorie.  Tra le pieghe liberano voci.  

Palesano magagne, impercettibili difetti.  Proteggono. Sono un primordiale  riparo. Aderiscono come una seconda pelle, levigata e soffice. Sos telos restituiscono un abbraccio morbido, narrano storie di identità e di appartenenza.

Fili

Con l’ago e il filo Cenzo Cocca cuce paesaggi. Congiunge punti, costruisce   geografie. Intercetta interconnessioni. Usa il punto indietro, il punto mosca, i punti molli singoli e doppi. Usa il sorfilo e si accanisce fitto per non sfilacciare il tessuto. Si dimentica del punto base, piccolo e regolare, che non si deve vedere. Usa il punto pieno, annoda energie. Dimentica la tecnica, la disciplina del cucito lascia spazio alla fantasia, asseconda il fluire delle forme, capta linguaggi. Sono materiche le sue impunture. Sono suture, cicatrici. Trasudano lesioni. Innestano, collegano. Hanno colori tenui. Esplode il celeste, cattura l’azzurro. Il giallo ammorbidisce. Il marrone, il blu imbastiscono campiture. Graffiti, segni, si trasformano in parole. Suggeriscono azioni, invitano a toccare ad ascoltare, cercare. Ammorbidiscono strappi, appianano futuro. Non sono labirinti i suoi fili. Sono cortocircuiti, punti di una rete che connette mondi. Tattile linguaggio Braille, scorre tra le dita. Lo sguardo scruta si concentra, si perde, cattura indizi, costruisce scenari, piccole vedute, un vaso, un fiore. L’energia di un raggio di luce, salda consistente, come il punto chiusura. Punto finale di ogni cucitura che ingloba trama e piccoli nodi nelle crune del filo. Stabile, sicuro l’incedere dell’ago cuce. Riaffiorano gangli, diagrammi, stimoli grafici di battiti, di respiri che all’unisono palpitano e impercettibili raccordano confini.            

TempoSpazio

Il tempo non fa rumore, non dà segno della sua velocità, scorre in silenzio, senza soste. Il tempo fugge, vola, stringe. Il tempo lo si può perdere o ammazzare, ma non fermare. Il tempo si consuma. Lo spazio non è vero che è vuoto, si rinnova. Il tempo mollemente riempie lo spazio. Lo abita. Questa camera molle è piena di pensieri che attraversano la mente. E’ memoria di oggetti, di cose usate, di sospiri, di voci che corrono e si rincorrono. Ha una finestra e una porta che si affacciano sul mondo. Là fuori le nuvole si rincorrono, gli steli inverdiscono e appassiscono. Si sentono i passi sordi  della vita che passa accanto. Mario, Rita, Maria Grazia, Joan, Francesca, Michele, Fabrizio, Adrian, Giuseppe, Andrea, Cenzo, Silvia, Giovanni. Nomi, sostantivi che definiscono identità. Ma innumerevoli sono le entità che  riempiono spazi. Idiomi, fisionomie. Memorie che incrostano le mura. Voci che si annidano tra le pieghe de sos telos. Umori che aleggiano. Sciami di colori, granuli di polvere che si stagliano al riverbero della luce. Convivono, si alleano col tempo e con lo spazio. Sono  un lento respiro.  The soft wall  è uno spazio bianco, spoglio, dove sedersi, farsi accarezzare, abbracciare. Uno spazio estetico, un luogo concreto dove  abbandonarsi, partecipare ad un rito catartico. Riappropriarsi del tempo e dei pensieri che in questa pace stormiscono, si purificano, diventano tangibili ed effimeri quasi inconoscibili.

La Cucina

La cucina ampia, dalle pareti coperte di casseruole di rame lucentissime, il camino in un angolo e il forno nell’altro … Dietro la cucina si stendevano le cantine e i magazzini per gli immensi raccolti del grano, dell’orzo, dell’olio, e di tutte le altre qualità di frutta e di legumi … L’uva fresca, le pere e le mele, l’uva passa e i fichi secchi … i formaggelli … negli angoli si ammucchiavano le noci, le nocciuole e le mandorle, — su grosse tavole stavano disposte grandi quantità di formaggio e le provviste del lardo, del salame, della salsiccia, prosciutto e strutto conservato in vasi di terra … i pomodori secchi, rossi e oleosi olezzanti di basilico, e le ulive secche e altri frutti ed erbaggi, nell’olio di oliva…

Grazia Deledda, Fior di Sardegna, 1891.

I testi sono a cura di Stefano Resmini, come la cura dell’installazione    

Cenzo Cocca

Andrea Cocca, in arte Cenzo, è un giovane artista sardo. Nato nel 1994 e originario di Ghilarza, in provincia di Oristano, attualmente vive e lavora a Olmedo, nel nord Sardegna.
Nel 2015 inizia la sua formazione come stilista a Nuoro. Durante gli studi di moda sperimenta e si interessa all’Arte come autodidatta e comincia così a congiungere la sartoria con l’arte stessa.
È da questa unione che nascono le prime opere, cucite a mano, e i primi ritratti. La sua Arte è espressa attraverso tecniche e materiali semplici, come l’ago e il filo;  si distinguono ritratti, momenti di quotidianità, pensieri astratti, frasi e piccole installazioni cucite.
Un altro materiale utilizzato sono le carte da gioco, con le quali letteralmente “gioca” a modo suo, creando delle piccole storie a libera interpretazione di chi le osserva.

 
 
Visitabile su appuntamento il mercoledì e il venerdì dalle ore 20.
Per maggiori informazioni, chiamare o contattare su WhatsApp:
? Cenzo 3487971920 cenzococca@gmail.com
? Stefano 3351354143 stefanoresmini957@gmail.com

Affinità abitative

Cenzo Cocca / Mario Saragato - Dicembre 2021

Le cose s’ostinano a rimanere mute.
Senza toccare nulla, senza cambiare
posto agli oggetti: una sintassi
in cui il silenzio si sforza di impedire
un tocco che svegli questo corpo
dormiente ancora…
(Joan-Elies Adell)

 

The soft wall – Telos è uno spazio vuoto dove aleggia il tempo. E’ un luogo dove sostare, sedersi, guardare, toccare o solo semplicemente lasciarsi abbracciare. Sono i teli a parlare, a raccontare. Sono i diagrammi, i cortocircuiti, i battiti, i segni, le cicatrici, le suture di Cenzo Cocca a intercettare i pensieri. Molti sono stati i corpi che mollemente hanno abitato lo spazio, hanno solleticato relazioni e assorbito emozioni. Molti sono stati i passaggi che hanno mutuato un habitat e mutato geografie. Ora dal soffitto lievi serpeggiano cubi colorati. Hanno quattro lati, come quattro sono le mura della stanza. Un intricato bozzolo di fili. Primigenio rifugio di sensi, di corpi che scrutano, inalano, manifestano, si appropriano del silenzio, si sfiorano, si urtano, rumoreggiano, spandono odori. Aperto, il lato sul fondo permette di scorgere una labirintica danza di fili, di nudi sensi; libero è lo spazio sottostante, si salda al pavimento gravido di terra, invade e diventa un tutt’uno con la stanza. Impronte, forme, parole illustrano l’esterno, servono a Cenzo per comunicare pensieri, stati, modi di essere e di apparire. Non hanno un nome, non hanno un indirizzo questi primordiali e complessi luoghi dell’abitare; accolgono, incantano e invitano a meditare. Sono concrete alle pareti le immagini di Mario Saragato.

La fotografia ha il potere di parlare nel suo impareggiabile silenzio. Comunica senza disturbare. Ha una sua voce che si insinua sottopelle, invade ogni cellula. Necessita di uno sguardo complice, gentile, attento a decifrare codici ovvi, sottesi. Due ciabatte solitarie, conservano ancora il calore di chi le ha calzate. Si percepisce lo strusciare dei passi, il tramestio incessante che divora incombenze quotidiane. Corridoi che aprono su soggiorni, su cucine, su angoli di intimità lacerante. Tavoli vuoti, colmi di suppellettili invadenti. Il fuoco di una cucina-economica scalda il parco e solitario pranzo. Lindi lavabi, drappeggi, solitario l’interruttore, geometrie nelle scale. Finestre che illuminano orizzonti esterni conosciuti. Abitare è scavare, frugare, colmare, riporre, esponere, nascondere, portare alla luce; è un incessante andirivieni tra il fondo e la superficie. Oggetti che inconsapevolmente descrivono l’azione del mostrare e dell’essere. E’ il tempo, insistentemente presente nelle silenti immagini e, si appropria dello sguardo. Lo fa rotolare alla ricerca di identificazioni, di rimandi e consolatorie visioni. L’essenzialità del levare suggerisce presenze inconfondibili e richiami a cose, a persone, ad atmosfere da sempre conosciute. C’è un’affinità abitativa tra il groviglio inestricabile di pulsioni che occupano e si liberano nei cubi astratti e colorati di Cenzo e quella nomenclatura di oggetti silenti che definiscono una chiara e decifrabile sintassi di immagini rubate, che l’occhio attento di Mario sottrae alla realtà.

Testo e curatela di Stefano Resmini

Mario Saragato è nato in Sardegna, il luogo dove probabilmente morirà. La sua produzione inizia nel 2011 con la pubblicazione del libro Sputeremo sulle vostre tombe dedicato al mondo degli ultras. I suoi lavori affrontano diverse tematiche: dagli scacchi (Zugzwang, 2012), alla tessitura (Un battito e poi il successivo, 2013), passando per progetti di stampo più intimo e personale caratterizzati da un’attenzione particolare per la fotografia di ricerca (Io lui lei, 2014; Un giorno lento, 2015; Cinque giorni imbecilli, 2016; Sa petta su sambene sa molte, 2017; Non ho tempo, 2018). Nel 2019, dopo la pubblicazione con Chiara Cordeschi del libro Tetralogia dell’amore perduto, crea ad Aggius il Museo dell’Amore Perduto. Nel 2021 crea il Museo del Ghirigoro.