Il tema di questo “Nàrami” è lo spopolamento. A fare gli onori di casa saranno le immagini, la musica, le parole che narranno le emozioni, le azioni e la caparbietà di chi non si rassegna a essere considerato un numero. È da qualche anno a questa parte che il calo demografico e lo spopolamento sono sotto la lente di ingrandimento di analisi tra le più svariate sia sociali sia politiche sia tecniche sia artistiche.
Era il 2018, quando Marco Ceraglia con OrdinariMai, mise in posa un intero paese. A Banari, in una sera d’agosto, radunò in una piazza tutti gli abitanti, circa seicento persone, donne, uomini, giovani, vecchi e bambini, tutti con un numero, in attesa del fatidico click che li immortalò, dando vita al “ritratto di gruppo più grande del mondo”. Un’azione, sociale, artistica, che calamitò tanta attenzione. Uno accanto all’altro, corpi, persone, visi, che hanno rivendicato il diritto di esistere.
Di questo irrepetibile momento è rimasta traccia in un libro e in un docu-film che è stato proiettato durante la sera. Un momento di riflessione, di emozione su quel fenomeno che va sotto il nome di spopolamento. Le cartoline di chi resta per chi viaggia, illustreranno il progetto di SardiniaSpopTourism. Un format che sei giovani donne, in Sardegna per forza o per scelta, in pieno lockdown, dopo i vari percorsi di laurea e masters, hanno sviluppato, analizzando come sia possibile vivere e valorizzare le aree rurali, le più interne dell’isola. Hanno costruito una rete di tutte quelle attività artigianali, commerciali, turistiche che con resistenza e tenacia sono attive nei comuni con meno di 1000, 2000, 3000 abitanti.
Anche la musica della Fondazione Maria Carta (i Fantafolk, Vanessa Denanni e Su Concordu de ‘Onne), che con Freemmos ha acceso i riflettori sulla libertà di rimanere nel territorio in cui si è nati, o deciso di vivere, riscoprendo i suoni e le armonie che fanno della musica, del canto, del ballo, gli elementi caratterizzanti e fondanti della cultura di un popolo. È stato il giornalista Giacomo Serreli a dialogare, con spensieratezza e leggerezza, e tessendo le fila di un discorso ormai ineludibile. Riannodando le proposte, gli stimoli, le suggestioni, che con la complicità del linguaggio effimero tipico dell’arte, riesce a infondere coscienza e consapevolezza, molto più di tanti sermoni; a ribadire con convinzione che “Noi non siamo numeri”, ma persone con la loro unicità e pienezza di vivere, al di là della densità numerica della popolazione, in cui ci si ritrova a vivere.